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Fino all’ultimo respiro, fino all’ultima goccia di sangue un nome solo M A M M A

Archivio per 18 Ottobre 2008

BELFAGOR-ARCIDIAVOLO

Pubblicato da caerebulldogs su Ottobre 18, 2008

Niccolò Machiavelli

BELFAGOR

ARCIDIAVOLO

Leggesi nelle antiche memorie delle fiorentine cose come già s’intese per relazione, di alcuno santissimo uomo, la cui vita, apresso qualunque in quelli tempi viveva, era celebrata, che, standosi abstratto nelle sue orazioni, vide mediante quelle come, andando infinite anime di quelli miseri mortali, che nella disgrazia di Dio morivano all’inferno, tutte o la maggior parte si dolevono, non per altro che per avere preso moglie essersi a tanta infelicità condotte. Donde che Minos e Radamanto insieme con gli altri infernali giudici ne avevano maraviglia grandissima. E non potendo credere queste calunnie che costoro al sesso femmineo davano essere vere, e cresciendo ogni giorno le querele, e avendo di tutto fatto a Plutone conveniente rapporto, fu deliberato per lui di avere sopra questo caso con tutti gl’infernali principi maturo esamine, e pigliarne dipoi quel partito che fussi giudicato migliore per scoprire questa fallacia, o conoscerne in tutto la verità. Chiamatogli adunque a concilio, parlò Plutone in questa sentenza: “Ancora che io, dilettissimi miei, per celeste disposizione e fatale sorte al tutto inrevocabile possegga questo regno, e che per questo io non possa essere obligato ad alcuno iudicio o celeste o mondano, nondimeno, perché gli è maggiore prudenza di quelli che possono più sottomettersi più alle leggi e più stimare l’altrui iudizio: ho deliberato essere consigliato da voi come, in uno caso il quale potrebbe seguire con qualche infamia del nostro imperio, io mi debba governare. Perché dicendo tutte l’anime degli uomini, che vengono nel nostro regno esserne stato cagione la moglie, e parendoci questo impossibile, dubitiamo che dando iudizio sopra questa relazione ne possiamo essere calunniati come troppo creduli, e non ne dando come manco severi e poco amatori della iustizia. E perché l’uno peccato è da uomini leggieri e l’altro da ingiusti, e volendo fuggire quegli carichi che da l’uno e l’altro potrebbono dependere e non trovandone il modo, vi abbiamo chiamati acciò che consigliandone ci aiutiate e siate cagione che questo regno, come per lo passato è vivuto sanza infamia, così per lo advenire viva”. Parve a ciascheduno di quegli prìncipi il caso importantissimo e di molta considerazione: e concludendo tutti come egli era necessario scoprirne la verità, erano discrepanti del modo. Perché a chi pareva che si mandassi uno, a chi più, nel mondo, e sotto forma di uomo conoscessi personalmente questo vero: a molti altri occorreva potersi fare sanza tanto disagio, costringendo varie anime con varii tormenti a scoprirlo. Pure la maggior parte consigliando che si mandassi, s’indirizorno a questa opinione. E non si trovando alcuno che voluntariamente prehendessi questa impresa, deliberorno che la sorte fussi quella che lo dichiarassi. La quale cadde sopra Belfagor arcidiavolo, ma per lo adietro, avanti che cadessi di cielo, arcangelo. Il quale, ancora che male volentieri pigliassi questo carico, nondimeno constretto da lo imperio di Plutone si dispose a seguire quanto nel concilio si era determinato, e si obligò a quelle condizioni che infra loro solennemente erano state deliberate. Le quali erano: che subito a colui che fussi a questa commissione deputato fussino consegnati centomila ducati, con i quali doveva venire nel mondo, e sotto forma di uomo preender moglie e con quella vivere X anni, e di poi fingendo di morire tornarsene e per esperienza fare fede a i suoi superiori quali sieno i carichi e le incommodità del matrimonio. Dichiarossi ancora che durante detto tempo ei fussi sottoposto a tutti quegli disagi e mali che sono sottoposti gli uomini e che si tira drietro la povertà, le carcere, la malattia e ogni altro infortunio nel quale gli uomini incorrono, eccetto se con inganno o astuzia se ne liberassi. Presa adunque Belfagor la condizione e i danari, ne venne nel mondo: e ordinato di sua masnade cavagli e compagni, entrò onoratissimamente in Firenze: la quale città innanzi a tutte l’altre elesse per suo domicilio, come quella che gli pareva più atta a sopportare chi con arte usuraie essercitassi i suoi danari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

     E fattosi chiamare Roderigo di Castiglia, prese una casa a fitto nel Borgo d’Ognisanti; e perché non si potessino rinvenire le sue condizioni, disse essersi da piccolo partito di Spagna e itone in Soria, e avere in Aleppe guadagnato tutte le sue facultà: donde s’era poi partito per venire in Italia a preender donna in luoghi più umani e alla vita civile e allo animo suo più conformi. Era Roderigo bellissimo uomo e monstrava una età di trent’anni; e avendo in pochi giorni dimostro di quante richeze abundassi, e dando essempli di sé di essere umano e liberale, molti nobili cittadini che avevano assai figliole e pochi danari se gli offerivano: intra le quali tutte Roderigo scielse una bellissima fanciulla chiamata Onesta, figliuola di Amerigo Donati il quale ne aveva tre altre, insieme con tre figliuoli maschi tutti uomini, e quelle erano quasi che da marito: e benché fussi d’una nobilissima famiglia, e di lui fussi in Firenze tenuto buono conto, non dimanco era rispetto alla brigata avea e alla nobilità poverissimo. Fece Roderigo magnifiche e splendidissime noze: né lasciò indietro alcuna di quelle cose che in simili feste si desiderano. E essendo, per la legge che gli era stata data nello uscire d’inferno, sottoposto a tutte le passioni umane, subito cominciò a pigliare piacere degli onori e delle pompe del mondo e avere caro di essere laudato intra gli uomini, il che gli arrecava spesa non piccola. Oltra di questo non fu dimorato molto con la sua monna Onesta, che se ne innamorò fuori di misura: né poteva vivere qualunque volta la vedeva stare trista e avere alcuno dispiacere. Aveva mona Onesta portato in casa di Roderigo, insieme con la nobilità e con la belleza, tanta superbia che non ne ebbe mai tanta Lucifero; e Roderigo, che aveva provata l’una e l’altra, giudicava quella della moglie superiore; ma diventò di lunga maggiore, come prima quella si accorse dello amore che il marito le portava; e parendole poterlo da ogne parte signoreggiare, sanza alcuna piatà o rispetto lo comandava, né dubitava, quando da lui alcuna cosa gli era negata, con parole villane e iniuriose morderlo: il che era a Roderigo cagione di inestimabile noia. Purnondimeno il suocero, i frategli, il parentado, l’obligo del matrimonio e, sopratutto, il grande amore le portava gli faceva avere pazienza. Io voglio lasciare ire le grande spese, che, per contentarla, faceva in vestirla di nuove usanze e contentarla di nuove fogge, che continuamente la nostra città per sua naturale consuetudine varia; che fu necessitato, volendo stare in pace con lei, aiutare al suocero maritare l’altre sue figliuole: dove spese grossa somma di danari. Dopo questo, volendo avere bene con quella, gli convenne mandare uno de’ frategli in Levante con panni, un altro in Ponente con drappi, all’altro aprire uno battiloro in Firenze: nelle quali cose dispensò la maggiore parte delle sue fortune. Oltre a di questo, ne’ tempi de’ carnasciali e de’ San Giovanni, quando tutta la città per antica consuetudine festeggia e che molti cittadini nobili e richi con splendidissimi conviti si onorono, per non essere mona Onesta all’altre donne inferiore, voleva che il suo Roderigo con simili feste tutti gli altri superassi. Le quali cose tutte erano da lui per le sopradette cagioni sopportate; né gli sarebbono, ancora che gravissime, parute gravi a farle, se da questo ne fussi nata la quiete della casa sua e s’egli avessi potuto pacificamente aspettare i tempi della sua rovina. Ma gl’interveniva l’opposito, perché con le insopportabili spese, la insolente natura di lei infinite incommodità gli arrecava; e non erano in casa sua né servi né serventi che, nonché molto tempo, ma brevissimi giorni la potessino sopportare; donde ne nascevano a Roderigo disagi gravissimi per non potere tenere servo fidato che avessi amore alle cose sua; e, nonché altri, quegli diavoli, i quali in persona di famigli aveva condotti seco, più tosto elessono di tornarsene in inferno a stare nel fuoco, che vivere nel mondo sotto lo imperio di quella. Standosi adunque Roderigo in questa tumultuosa e inquieta vita, e avendo per le disordinate spese già consumato quanto mobile si aveva riserbato, cominciò a vivere sopra la speranza de’ ritratti, che di Ponente e di Levante aspettava; e avendo ancora buono credito, per non mancare di suo grado, prese a cambio. E girandogli già molti marchi adosso, fu presto notato da quegli, che in simile esercizio in Mercato si travagliano. E essendo di già il caso suo tenero, vennero in un subito di Levante e di Ponente nuove come l’uno de’ frategli di mona Onesta s’aveva giucato tutto il mobile di Roderigo, e che l’altro, tornando sopra una nave carica di sue mercatantie sanza essersi altrimenti assicurato, era insieme con quelle annegato. Né fu prima publicata questa cosa che i creditori di Roderigo si ristrinsono insieme; e giudicando che fussi spacciato, né possendo ancora scoprirsi per non essere venuto il tempo de’ pagamenti loro, conclusono che fussi bene osservarlo così destramente, acciò che dal detto al fatto di nascoso non se ne fuggissi. Roderigo, da l’altra parte, non veggiendo al caso suo rimedio e sapiendo a quanto la leggie infernale lo costringeva, pensò di fuggirsi in ogni modo. E montato una mattina a cavallo, abitando propinquo alla Porta al Prato, per quella se ne uscì. Né prima fu veduta la partita sua, che il romore si levò fra i creditori, i quali ricorsi ai magistrati, non solamente con i cursori, ma popularmente si missono a seguirlo. Non era Roderigo, quando se gli lievò drieto il romore, dilungato da la città uno miglio; in modo che, vedendosi a male partito, deliberò, per fuggire più segreto, uscire di strada e atraverso per gli campi cercare sua fortuna. Ma sendo, a fare questo, impedito da le assai fosse, che atraversano il paese, né potendo per questo ire a cavallo, si misse a fuggire a piè e, lasciata la cavalcatura in su la strada, atraversando di campo in campo, coperto da le vigne e da’ canneti, di che quel paese abonda, arrivò sopra Peretola a casa Gianmatteo del Brica, lavoratore di Giovanni del Bene, e a sorte trovò Gianmatteo che arrecava a casa da rodere a i buoi e se gli raccomandò promettendogli che se lo salvava dalle mani de’ suoi nimici, i quali, per farlo morire in prigione, lo seguitavano, che lo farebbe ricco e gliene darebbe innanzi alla sua partita tale saggio che gli crederrebbe; e quando questo non facessi, era contento che esso proprio lo ponessi in mano a i suoi aversarii. Era Gianmatteo, ancora che contadino, uomo animoso, e giudicando non potere perdere a pigliare partito di salvarlo, liene promisse; e cacciatolo in uno monte di letame, quale aveva davanti a la sua casa, lo ricoperse con cannucce e altre mondiglie che per ardere aveva ragunate. Non era Roderigo apena fornito di nascondersi, che i suoi perseguitatori sopraggiunsono e, per spaventi che facessino a Gianmatteo, non trassono mai da lui che lo avessi visto; talché passati più innanzi, avendolo invano quel dì e quell’altro cerco, strachi se ne tornorno a Firenze. Gianmatteo adunque, cessato il romore e trattolo del loco dove era, lo richiese della fede data. Al quale Roderigo disse: “Fratello mio, io ho con teco un grande obligo e lo voglio in ogni modo sodisfare; e perché tu creda che io possa farlo, ti dirò chi io sono”. E quivi gli narrò di suo essere e delle leggi avute allo uscire d’inferno e della moglie tolta; e di più gli disse il modo, con il quale lo voleva arichire: che insumma sarebbe questo, che, come ei sentiva che alcuna donna fussi spiritata, credessi lui essere quello che le fussi adosso; né mai se n’uscirebbe, s’egli non venissi a trarnelo; donde arebbe occasione di farsi a suo modo pagare da i parenti di quella. E, rimasi in questa conclusione, sparì via. Né passorno molti giorni, che si sparse per tutto Firenze, come una figliuola di messer Ambruogio Amidei, la quale aveva maritata a Bonaiuto Tebalducci, era indemoniata; né mancorno i parenti di farvi tutti quegli remedii, che in simili accidenti si fanno, ponendole in capo la testa di san Zanobi e il mantello di san Giovanni Gualberto. Le quali cose tutte da Roderigo erano uccellate. E, per chiarire ciascuno come il male della fanciulla era uno spirito e non altra fantastica imaginazione, parlava in latino e disputava delle cose di philosophia e scopriva i peccati di molti; intra i quali scoperse quelli d’uno frate che si aveva tenuta una femmina vestita ad uso di fraticino più di quattro anni nella sua cella: le quali cose facevano maravigliare ciascuno. Viveva pertanto messer Ambruogio mal contento; e avendo invano provati tutti i remedii, aveva perduta ogni speranza di guarirla, quando Gianmatteo venne a trovarlo e gli promisse la salute de la sua figliuola, quando gli voglia donare cinquecento fiorini per comperare uno podere a Peretola. Accettò messer Ambruogio il partito: donde Gianmatteo, fatte dire prima certe messe e fatte sua cerimonie per abbellire la cosa, si accostò a gli orechi della fanciulla e disse: “Roderigo, io sono venuto a trovarti perché tu mi osservi la promessa”. Al quale Roderigo rispose: “Io sono contento. Ma questo non basta a farti ricco. E però, partito che io sarò di qui, enterrò nella figliuola di Carlo, re di Napoli, né mai n’uscirò sanza te. Fara’ti allora fare una mancia a tuo modo. Né poi mi darai più briga”. E detto questo s’uscì da dosso a colei con piacere e ammirazione di tutta Firenze. Non passò dipoi molto tempo, che per tutta Italia si sparse l’accidente venuto a la figliuola del re Carlo. Né vi si trovando rimedio, avuta il re notizia di Gianmatteo, mandò a Firenze per lui. Il quale, arrivato a Napoli, dopo qualche finta cerimonia la guarì. Ma Roderigo, prima che partissi, disse: “Tu vedi, Gianmatteo, io ti ho osservato le promesse di averti arrichito. E però, sendo disobligo, io non ti sono più tenuto di cosa alcuna. Pertanto sarai contento non mi capitare più innanzi, perché, dove io ti ho fatto bene, ti farei per lo avvenire male”. Tornato adunque a Firenze Gianmatteo richissimo, perché aveva avuto da il re meglio che cinquantamila ducati, pensava di godersi quelle richeze pacificamente, non credendo però che Roderigo pensassi di offenderlo. Ma questo suo pensiero fu subito turbato da una nuova che venne, come una figliuola di Lodovico settimo, re di Francia, era spiritata. La quale nuova alterò tutta la mente di Gianmatteo, pensando a l’auttorità di quel re e a le parole che gli aveva Roderigo dette. Non trovando adunque quel re a la sua figliuola rimedio, e intendendo la virtù di Gianmatteo, mandò prima a richiederlo semplicemente per uno suo cursore. Ma, allegando quello certe indisposizioni, fu forzato quel re a richiederne la Signoria. La quale forzò Gianmatteo a ubbidire. Andato pertanto costui tutto sconsolato a Parigi, mostrò prima a il re come egli era certa cosa che per lo adrietro aveva guarita qualche indemoniata, ma che non era per questo ch’egli sapessi o potessi guarire tutti, perché se ne trovavano di sì perfida natura che non temevano né minacce né incanti né alcuna religione; ma con tutto questo era per fare suo debito e, non gli riuscendo, ne domandava scusa e perdono. Al quale il re turbato disse che se non la guariva, che lo appenderebbe. Sentì per questo Gianmatteo dolore grande; pure, fatto buono cuore, fece venire la indemoniata; e, acostatosi all’orechio di quella, umilmente si raccomandò a Roderigo, ricordandogli il benificio fattogli e di quanta ingratitudine sarebbe essemplo, se lo abbandonassi in tanta necessità. Al quale Roderigo disse: “Do! villan traditore, sì che tu hai ardire di venirmi innanzi? Credi tu poterti vantare d’essere arichito per le mia mani? Io voglio mostrare a te e a ciascuno come io so dare e t”rre ogni cosa a mia posta; e innanzi che tu ti parta di qui, io ti farò impiccare in ogni modo”. Donde che Gianmatteo, non veggiendo per allora rimedio, pensò di tentare la sua fortuna per un’altra via. E fatto andare via la spiritata, disse al re: “Sire, come io vi ho detto, e’ sono di molti spiriti che sono sì maligni che con loro non si ha alcuno buono partito, e questo è uno di quegli. Pertanto io voglio fare una ultima sperienza; la quale se gioverà, la vostra Maestà e io areno la intenzione nostra; quando non giovi, io sarò nelle tua forze e arai di me quella compassione che merita la innocenzia mia. Farai pertanto fare in su la piaza di Nostra Dama un palco grande e capace di tutti i tuoi baroni e di tutto il crero di questa città; farai parare il palco di drappi di seta e d’oro; fabbricherai nel mezo di quello uno altare; e voglio che domenica mattina prossima tu con il clero, insieme con tutti i tuoi principi e baroni, con la reale pompa, con splendidi e richi abigliamenti, conveniate sopra quello, dove celebrata prima una solenne messa, farai venire la indemoniata. Voglio, oltr’a di questo, che da l’uno canto de la piaza sieno insieme venti persone almeno che abbino trombe, corni, tamburi, cornamuse, cembanelle, cemboli e d’ogn’altra qualità romori, i quali quando io alzerò uno cappello, dieno in quegli strumenti, e, sonando, ne venghino verso il palco: le quali cose, insieme con certi altri segreti rimedii, credo che faranno partire questo spirito”. Fu sùbito da il re ordinato tutto; e, venuta la domenica mattina e ripieno il palco di personaggi e la piaza di populo, celebrata la messa, venne la spiritata condutta in sul palco per le mani di dua vescovi e molti signori. Quando Roderigo vide tanto popolo insieme e tanto apparato, rimase quasi che stupido, e fra sé disse: “Che cosa ha pensato di fare questo poltrone di questo villano? Crede egli sbigottirmi con questa pompa? non sa egli che io sono uso a vedere le pompe del cielo e le furie dello inferno? Io lo gastigherò in ogni modo”. E, accostandosegli Gianmatteo e pregandolo che dovessi uscire, gli disse: “O, tu hai fatto il bel pensiero! Che credi tu fare con questi tuoi apparati? Credi tu fuggire per questo la potenza mia e l’ira del re? Villano ribaldo, io ti farò impiccare in ogni modo”. E così ripregandolo quello, e quell’altro dicendogli villania, non parve a Gianmatteo di perdere più tempo. E fatto il cenno con il cappello, tutti quegli, che erano a romoreggiare diputati, dettono in quegli suoni, e con romori che andavono al cielo ne vennono verso il palco. Al quale romore alzò Roderigo gli orechi e, non sappiendo che cosa fussi e stando forte maravigliato, tutto stupido domandò Gianmatteo che cosa quella fussi. Al quale Gianmatteo tutto turbato disse: “Oimè, Roderigo mio! quella è mogliata che ti viene a ritrovare”. Fu cosa maravigliosa a pensare quanta alterazione di mente recassi a Roderigo sentire ricordare il nome della moglie. La quale fu tanta che, non pensando s’egli era possibile o ragionevole se la fussi dessa, senza replicare altro, tutto spaventato, se ne fuggì lasciando la fanciulla libera, e volse più tosto tornarsene in inferno a rendere ragione delle sua azioni, che di nuovo con tanti fastidii, dispetti e periculi sottoporsi al giogo matrimoniale. E così Belfagor, tornato in inferno, fece fede de’ mali che conduceva in una casa la moglie. E Gianmatteo, che ne seppe più che il diavolo, se ne ritornò tutto lieto a casa.

 

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La scuola Pitagorica

Pubblicato da caerebulldogs su Ottobre 18, 2008

La scuola Pitagorica

nella Tradizione Massonica

Tutte le dottrine e le culture in cui è prevalente la componente esoterica riservano un’ attenzione tutta particolare al numeriamo e, più in generale, alla meditazione su numeri e/o su principi aritmetico-geometrici. Ciò, in quanto il numero, in sé, non esprimerebbe nulla in concreto, non nasconderebbe alcuna realtà esteriore oltre se stesso, e sarebbe, quindi, strumento speculativo da privilegiare in quanto perfettamente coerente e compatibile con l’ ambito simbolico, proprio della scienza esoterica.

Pertanto, è del tutto naturale che la Massoneria -Arte simbolica della costruzione del Tempio di Salomone – faccia riferimento anche ai principi matematici che sottendono ad ogni scienza esatta e che, autonomamente sviluppati dall’ adepto nell’ alveo della sua spiritualità e della sua sensibilità, identificano lo “spazio esoterico” in cui egli viene a collocarsi. E’ quanto mai opportuno – per meglio penetrare l’ argomento “numerologico” – fare riferimento alla Scuola pitagorica che, per poco che di essa si sappia da fonti dirette, ha certamente trasmesso alla Libera Muratoria buona parte del suo contenuto matematico-esoterico.

Secondo Pitagora, il numero è principio assoluto anteriore al mondo creato, non idea astratta, ma rappresentazione intrinseca dell’Assoluto, talché la scienza dei numeri diviene – in Pitagora – teogonia che, disvelandosi gradualmente, favorisce l’approccio all’Essere Supremo, fonte dell’Armonia cosmica.

1 – La monade, l’Uno, rappresenta Dio nella sua purezza assoluta, in quanto principio di tutto, essa non è un numero.

2 – La diade, il Due, primo vero numero, è principio generatore che esteriorizza Dio nello spazio e nel tempo, ed è origine delle antinomie. Se la monade, rappresentando Dio, è perfezione in sé, la diade rappresenta invece l’imperfezione, quello stato che si realizza nel distacco dalla monade, dall’Uno. Di più, aggiungerei che la monade rappresenta lo stadio “edenico”, quello stadio di armonia e di beatitudine venuto meno per un fatto “mitico” ma nello stesso tempo sostanziale e che il massone – nella sua continua, affannosa, forse un po’ utopica ma certamente non vana, ricerca della “parola perduta” – tende disperatamente a ripristinare.

3 – E’ tuttavia nel numero Tre – legge ternaria la legge costitutiva delle cose: il ternario, primo dei numeri dispari, rappresenta la sintesi di monade e diade e si esprime, geometricamente, nel triangolo -origine di tutte le figure piane e prima figura regolare e perfetta possibile. La Massoneria ha molto caro il simbolo del triangolo – delta sacro -, nel quale viene racchiuso l’occhio, a simboleggiare l’intervento divino nel processo di creazione e di evoluzione del cosmo. I tre lati del triangolo rappresentano i tre regni della natura – minerale, vegetale, animale -, a cui associamo i tre gradi dell’Ordine massonico: Apprendista, Compagno d’Arte, Maestro. Il Tre è numero che ricorre frequentemente anche nella tradizione religiosa: il Dio cristiano è uno e trino, e si identifica nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. La teologia indiana contempla la Trimurti: Brama, Siva, Visnù. Ancora, nella dottrina manichea assume particolare significato la Trinità gnostica – un Dio e due opposti principi: bene e male -.

4 – Il Quaternario simboleggia invece l’uomo, creatura imperfetta ma che porta in sé la scintilla del divino: infatti il Quaternario nasce dall’unione della monade – Dio – col ternario – sintesi creativa -. I primi quattro numeri sono unitariamente rappresentati dalla Tetraktys, particolarmente sacra ai pitagorici in quanto riassume gli insegnamenti relativi al Creatore ed al Creato e costituita da 10 monadi (1 + 2 + 3 + 4 = 10), formanti una decade, base del sistema decimale pitagorico.

5 – Il numero Cinque, particolarmente interessante e ricco di significati, è l’unione della diade con il ternario; rappresenta lo stato d’imperfezione ma anche, significativamente e – ritengo – non a caso, il matrimonio: infatti la diade, simbolo antinomico per definizione – che qui simboleggia il principio maschile ed il femminile, l’uomo e la donna -, si unisce al ternario, numero sacro che racchiude in sé il mistero della creazione – e quindi, anche della procreazione, fine ultimo del matrimonio -.

6 – Il numero Sei indica la perfezione, in quanto primo multiplo del perfetto Tre. t numero che esprime potenza, per la sua peculiare capacità di autoimplementarsi: infatti, se capovolto, il Sei diviene Nove, successivo multiplo del Tre e triplo di questi.

7 – Il numero Sette, l’ebdomade o “numerus virginalis”, non è generato e non genera: non è generato, in quanto numero primo, non divisibile per numeri interi diversi da Uno – che, ripetiamo, non è numero per i pitagorici -; non genera perché, moltiplicato per il primo numero – Due – dà 14, che è numero oltre la decade: una decade + 4.

8 – Il numero Otto, doppio del significato Quattro e cubo del primo vero numero – Due -, è dotato di splendida forza propulsiva, proprio perché primo numero che si esprime come potenza di potenza (23 = 8). L’Otto non genera, in quanto moltiplicato per Due dà 16 – una decade + 6 -, ma è generato, perché composto da quattro Diadi. A conferma delle sue caratteristiche dinamiche e propulsive, il numero Otto coricato su se stesso simboleggia l’infinito.

9 – Il numero Nove è potenza del già perfetto Tre e triplo dello stesso. 1 pitagorici lo consideravano simbolo di giustizia e completezza. La proprietà del Nove di ricostituirsi – se moltiplicato per un qualunque numero intero, fa di esso il simbolo della materia che, nelle sue innumerevoli trasformazioni non si distrugge mai, rimanendo sostanzialmente sempre se stessa. Ancora, il Nove simboleggia la circonferenza, la cui ampiezza – 360° – riporta comunque a questo numero (3 + 6 + 0 = 9).

10 – Infine, il numero Dieci, in sé perfetto ed armonico, in quanto espressione aritmetica della Tetraktys, è numero sacro, che simboleggia la sublimazione ed il compimento di tutte le cose. E’ anche espressione della centralità del principio divino, in quanto unione del numero Uno – monade con la circonferenza – Nove -.

Nel pitagorismo, si sviluppa l’affascinante teoria dell’antitesi tra numeri perfetti ed imperfetti: i numeri perfetti sono i dispari, somma di più monadi; imperfetti sono i pari, somma di più diadi. Questa meravigliosa antitesi, sviluppata in chiave massonica, ripropone l’eterno conflitto tra forze opposte: Bene-Male, Luce-Tenebre, Bianco-Nero, che dà origine al mondo.

Ma il numerismo pitagorico trova la sua sublimazione nel famoso teorema sul triangolo rettangolo. Il triangolo pitagorico – cateti di 3 e 4 unità, ipotenusa di 5 unità – era già da tempo conosciuto ed utilizzato a fini costruttivi, tanto dagli assiro-babilonesi quanto dagli egizi, ma Pitagora fu il primo ad individuare la relazione esistente fra le dimensioni dei cateti e dell’ipotenusa. I numeri del Triangolo sacro sono densi di significati anche se sommati due a due: 3 + 4 = 7, 3 + 5 = 8, 4 + 5 = 9, numeri che già abbiamo visitato nei loro significati più pregnanti.

Attraverso lo sviluppo del numerismo, la Scuola pitagorica ha elaborato un “corpus” spirituale i cui obiettivi tanto si avvicinano a quelli della Massoneria, sin quasi a coincidere con essi. Infatti, attraverso lo studio profondo e meditato dei numeri, il pitagorismo era finalizzato alla sconfitta dell’ignoranza e del pregiudizio, era proteso alla solidarietà, alla pratica della virtù e dell’amore, al raggiungimento dell’armonia, quella stessa armonia che, perfetta ed immutabile, regola il “cosmos” con le sue leggi supreme. Al riguardo, è interessante notare che i pitagorici si vantavano di essere riusciti a misurare la distanza fra le note musicali ed anche di aver scoperto che i rapporti fra tali distanze riflettono i rapporti fra le distanze dei punti: l’ordine cosmico esprimeva quindi un’armonia comunque riconducibile ai numeri ed alla musica.

Ancora, i pitagorici allora, come i massoni oggi, aprivano i loro lavori a mezzogiorno, la sera si riunivano in agape fraterna e quindi, allo scoccare della mezzanotte, si separavano. I “leit-motivs” del pitagorismo sono quelli della Libera Muratoria, tanto da indurre un insigne massone, Il Fr. Ulisse Bacci nel suo “Libro del massone italiano”, a pensare a Pitagora come “ad un luminoso nostro progenitore, come un punto lontano da cui si stacca quel raggio luminoso che disperde le tenebre ed i mali addensati sull’umanità dalla superstizione e dal privilegio e prepara la desiderata e divina età nella quale il trinomio massonico, sinceramente ed integralmente tradotto nel diritto pubblico, darà sicuro, armonico, fraterno compimento al consorzio civile”.

Bibliografia

U. Bacci, Il libro del massone italiano.

P. Vinassa de Regny, Dante e il simbolismo pitagorico.

Da Rivista Massonica n. 4 (aprile 1977), Sulla Scienza sacra dei numeri.

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La “Tetraktis” pitagorica

(tratto da “Il Laboratorio” – n. 16, gennaio-febbraio 1995, pag. 23 – Realizzazione Editoriale e stampa:Turri Copisteria, Scandicci(FI)

 

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“I Landmarks della Massoneria”

Pubblicato da caerebulldogs su Ottobre 18, 2008

I Landmarks della Massoneria sono leggi, non scritte, che formano la base della costituzione di ogni Grande e Regolare Loggia.
I Landmarks sono le fondamenta sulle quali poggia la Massoneria.
I Landmarks sono i principi sulle quali si basa la Massoneria.
Ogni Gran Loggia adotta tutta o una parte dei Landmarks elencate qui di seguito. Nel libro “Jurisprudence of Freemasonry” (Giurisprudenza della Massoneria) di Albert G. Mackey si può trovare un approfondito dibattito di questi principi massonici.

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